mercoledì 18 gennaio 2012

lunedì 10 ottobre 2011

giovedì 2 dicembre 2010

resistere

cosa è stata la giornata di oggi? una girandola di emozioni ad aprire ferite; un vuoto da costruire nel cuore, un pianto a dirotto a Pigalle, un furto scampato; una giornata brutta come altre, in cui si è consumato quel che restava di un piccolo sogno e ora mi trovo a convivere con, sì, quella ferita che subito non potrà risanarsi. Ci vorrà tempo, e sacrificio, e forse anche un pizzico di fortuna, che ormai è assente abituale da quando ho messo piede qui.

Ma è andata. Finita. Quelle lacrime a Saint-Lazare tra i passanti, le prime di una lingua giornata; quella dichiarazione di affetto così sincera e spontanea nella mia profonda paura; quella disperazione a cui attaccarsi per salvare quanto di buono c'era in noi. E' stato tutto oggi. Ed essendo stato tutto, ed essendo rimasti in quello stesso punto di partenza, non c'è davvero altro che io possa fare.

Rassegnarsi e accettare una fine è anche aver lottato per riconquistare. E tuttavia stavolta, no, non c'è riconquista da fare dove non vi sono sentimenti che germogliano. Non c'è raccolto, non ce ne sarà. E allora tanto meglio lasciarsi così, nel pieno di una metro, mentre le lacrime sembravano spegnersi per poi esplodere all'improvviso quando mi trovavo con due bancomat non funzionanti e appena 5 euro in tasca.

Tra un po' sarò in Spagna, se tutto fila liscio. E allora spero che questo momento arrivi presto, che lacrime e amarezze non lascino posto allo scoramento definitivo e all'idea di andarsene per sempre da qui.

Oggi non ho stimoli, non ho sogni, non ho progetti. Mi resta solo questa piccola lotta concreta, una lotta di resistenza che sarà difficile, dura, avvilente. Ma tutto questo è solo quello che io posso fare. Dimenticare i sogni, e dimenticare anche la rabbia. Ricominciare perché Parigi è pur sempre un luogo ricco di gente, dove la vita non si arresta mai.

martedì 16 novembre 2010

mi è scoppiato il cuore

essere amato dalla persona che andrebbe fino in capo al mondo per te.
lasciarla, partire.
conoscere un'altra persona, avvicinarsi, parlare di futuro.
essere scaricato due ore dopo; dopo, sì, una scopata.

dovrei sentirmi a pezzi, ferito, dilaniato.
e in realtà mi ci sento. ferito nella mia scelta
nel non-senso del perché sono stato trattato in questo modo.
no, posso anche togliere il condizionale.
perché mi sento davvero un dolore al petto mentre scrivo.
perché l'usa e getta oggi è davvero il massimo che abbia visto.

peggio di una prostituta. perché la prostituta vive di un accordo
tu mi paghi, io ti faccio godere.

qui è ancora peggio. perché la moneta è la mia dolcezza.
i miei baci innocenti, le risate, le mie espressioni buffe
i miei dolori, la mia sofferenza, le lacrime che nemmeno
riescono a uscire da quanto male mi fa.
perché c'è così tanto male nel mondo?

non chiedevo nient'altro da questi giorni.
calma, serenità, pace. un pizzico dopo i giorni bui.
e quello che ho ricevuto in cambio è stata solo
effimera illusione, candida perfezione sgretolatasi
dopo un inutile orgasmo.

trovarmela lì tutti i giorni. perché anche questo?
perché contaminare un luogo nel quale dovrò
vivere, almeno fino alla fine dell'anno?

consola, forse è qui il condizionale
l'idea che non è la donna adatta a me
non adesso, non ora che cerco pace
e non trovo altro che confusione.
e questo lo so per certo e mi scava dentro.

questo davvero non lo meritavo
ora che iniziavo a stare bene
che stavo iniziando a dare un senso
a quel che stavo facendo.
e la rabbia che ho dentro mi sale
e mi scende. ma non per lei
anche se mi è subito sembrata bella
e sarà sempre tale.
fa male l'idea che la vita ti porga
le illusioni proprio quando ne hai
più bisogno, e come te lo porge
è subito pronta a ucciderti silenziosa
e a dimenticare che in fondo
non è proprio un grande spettacolo
vedermi piangere così.

domani non andrò all'università.
domani farò qualcos'altro.
parto, giro per parigi, sparisco
non so bene di cosa avrò voglia.
sento solo che ho un enorme dolore
allo stomaco, e che avrei bisogno
di piangere tanto, di sfogarmi
di morire qualche minuto.

venerdì 12 novembre 2010

piccoli appunti

posso fidarmi dei miei istinti. ho imparato questo in quasi 24 anni. capire quel che è bene o male da una sensazione, positiva o negativa. distinguere uomini e donne, porli come prossimi al mio cammino, o sapere che le nostre strade non potranno mai incontrarsi abbastanza. e nel primo caso, potranno ferirmi una, cento, mille volte eppure me li ritroverò sempre lì, anzi io mi ritroverò sempre lì con loro, a contarli tra quelle necessità senza le quali la mia vita si svuoterebbe di senso.
nel secondo caso, invece, basterà uno sguardo non capito, una parola detta in un modo che non capisco a porre già una distanza tra me e quell'altra persona.

è forse una dimostrazione di arroganza? certo. ma quale altro criterio resta per mettere ordine tra la miriade di gente che ogni giorno attraversa la mia vita? i pensieri tradiscono, i sentimenti altrettanto. resta solo quella buona dose di ingenuità a fare di un pezzo di vita una strada giusta.

aspetto l'istinto, la voce che mi sussurra a tarda notte e sembra far solo confusione. e poi forse arriva a schiarire tutto. e allora aspetto la voce, la sensazione improvvisa che chiarifica il caos cui ora non posso dare un senso.

e mi fermo qui, perché per oggi è stato anche troppo. potessi, però, godere più delle cose come ultimamente non so più fare.

domenica 7 novembre 2010

imagine

venerdì mattina. mi sveglio in ritardo, accidenti a me. sono le 8, alle 9 spaccate ho corso e il prof quando entra chiude la porta e a chi resta fuori gli impedisce di entrare. perfetto.
e allora mi vesto, un bicchiere di latte veloce - non c'è tempo per i biscotti, non stamattina - mi lavo i denti alla velocità della luce, spettino i capelli quanto basta per dare l'impressione che siano ordinati. scendo.

Ascensore, 11 piani ed eccomi fuori di casa. Avanzo il passo tra le foglie che stanno cadendo, il clima è mite ma il vento gelido mi sbatte contro la testa e scombina ulteriormente i miei capelli. Poi vedo una scritta. A terra, in colori di rosso e verde. dice così: "Imagine ton rêve réalité".

Ora è domenica, ho appena finito di mangiare un immenso cous cous, bevuto tre bicchieri di vino e di allegria e nel poco tempo che mi resta devo vestirmi perché una festa mi attende.

Non voglio illudermi, anche se da una settimana tutto quello che mi capita agli occhi e alle mani si trasforma in una pietra meravigliosa di cui riempire un cassetto brillante eppure ben nascosto.

Ma a ogni passo che facevo di quella strada, quel venerdì mattina, mentre correvo e temevo di restare fuori da quella maledetta porta, non potevo fare a meno di sorriderci un po' su e di scendere le scale della metro con una stupida smorfia dipinta in faccia.

Perché non voglio illudermi, è vero. Ma ogni momento che passa ho sempre meno bisogno di immaginare. Perché l'immaginazione non mi sta servendo più. Perché il sogno sta diventando davvero realtà.

sabato 30 ottobre 2010

disilluso

Una pagina bianca per parlare di questo mese. Il peggiore della mia vita? Direi di sì, rispondendo a caldo. Ma mi lascio del tempo, che forse ritornerò con la mente ai momenti vissuti in questo sfortunato ritorno a Parigi, fatto di pochi momenti sereni e pieno di amarezze, delusioni a cui non saprei neanche dare un nome. La sfortuna d'altronde un nome non ce l'ha, sai solo che ti arriva addosso e schivarla è sempre troppo difficile quando può giungerti da ogni parte e colpirti e ferirti e puoi solo aspettare e sperare che il tuo corpo e la tua anima reggano ancora un altro urto.


Mi guardo ammaccato nello specchio e non riesco a non compiangermi, pateticamente. Oggi non c'è nulla di quello che vorrei dalla mia vita, anche se sono in una città che saprebbe darmi tutto. Vivo questo enorme paradosso, e guardo la mia solitudine di questo sabato sera come l'ennesimo malessere di un'esistenza avara di gioie, della vita che ho sempre sognato e desiderato.


Ho desiderato essere qui, a ogni costo, con qualunque mezzo. Ma adesso che ci sono, mi sembra quasi che tutto quello per cui ho sudato si è rivelato vano, che forse avrei potuto vivermi le cose con ogni serenità e dimenticare improbabili progetti di vita. Perché adesso inizio a rendermi conto che certa infelicità è universale e nessun luogo potrà colmare il vuoto che ho dentro da non so quanto tempo, forse da sempre, e che smettere di fumare e abbassare gli occhi e sentirmi addosso la solitudine sono cose che non accadranno mai, qualunque luogo abiterò.


Non ho nostalgia di Catania. Ho forse solo nostalgia di una casa, di un luogo appartato. Ho nostalgia della mia vecchia a Parigi, della fatiscente ma bella casa in cui vivevo, dei rapporti che erano nati in quei mesi, degli amori volatili e tuttavia sinceri. Catania ha smesso di darmi da tempo quel che chiedevo, è la città in cui sono nato e cresciuto ma appartiene a un passato che ogni tanto mi piace sfogliare e intristirmi per averlo perso. Ma è perso, definitivamente: in 6 mesi, ho portato con me quella sensazione dell'esser di troppo, divenuto altro dai meccanismi di un luogo cui ormai faticavo ad aderire. E montava la voglia di partire, di ricominciare, di ritrovare quel che avevo perduto. Fino ad oggi.


Oggi la mia vita è a un binario morto. Sognare un deserto o un'immensa distesa di neve non avrebbe alcuna differenza: tanto il caldo quanto il freddo mi sono ostili; in comune avrebbero solo la mia sensazione di fronte a essi: un puntino, minuscolo e di poca importanza, che cammina e continua a scorgere lo stesso panorama.


Dovrei forse inventarmi un'altra vita, un altro posto nel mondo in cui tornare a sorridere come ho fatto una volta, raccogliere spontaneamente la semplicità emanata dall'atmosfera festosa di una piazza. E al solo pensiero sento quasi il cuore sciogliermi di fronte a luci notturne immaginate, alle grida della gente, a un piccolo sentimento che sboccia silenzioso tra i lati delle labbra rovinate dal vento. E tutto quel calore umano mi stringerebbe e mi avvolgerebbe in un nuovo luogo tutto ovattato, una culla in cui saper essere adulti senza perdere l'allegria di un capriccio, il momento in cui gli occhi si chiudono spontaneamente perché sta calando la notte e si è al riparo dal male.


Non è solo la casa che non ho, non è nemmeno la salute malferma la ragione per la quale fatico a inventarmi la voglia di vivere. Mi manca l'Amore. Amore che sia di ogni genere, amore che sia saper di essere importante, di contare qualcosa; sapere che la propria vita è legata da un filo invisibile a quella di un'altra, e che non si cadrà soli all'inferno. E' un'illusione l'Amore, ma è un'illusione necessaria per dimenticare di essere nati e stati sempre soli. Ho un bisogno pazzesco delle mie illusioni, di sapere che non finirò i miei giorni a raccattare amore e viveri sul fondo di una strada. Perché per me non c'è discussione tra l'umiltà di un lavoro e sentirsi la miseria umana nelle carni: la vita è niente senza Amore.


E' tutta vita concreta quella che sottopongo a riflessione: è la vita della strada che non ho fatto ma visto ampiamente in questo mese, è il lato della Parigi triste che non ha smesso di rabbuiarmi dopo un appuntamento finito male. Come a dimenticare il mio dramma e leggere il dramma altrui; e pensare che questo tetto di stelle ci guarda con l'indifferenza sovrana di chi non si preoccuperà mai dei suoi figli perché non li ha mai riconosciuti come propri. Illegittimi. Quando mi sedevo sul ciglio di una strada, stringendomi per il freddo e aspettando il bus, e mangiavo nervosamente le mie patatine, il mio conto in banca contava poco rispetto al nulla economico di questi uomini: mi sentivo uno di loro, e forse soffrivo ancora più perché mentre loro proseguivano quella vita un po' per scelta, un po' per abitudine, io sperimentavo il fondo di un bicchiere sporco e nero.


Cosa resta dei miei sogni adesso? Cosa sperare mentre mi fa male il petto e perdo anche il piacere di scrivere questa lettera che non leggerà nessuno? Avessi almeno una piccola riserva d'amore accanto a me in queste tristi notti parigine, forse il rancore si scioglierebbe un po' e, persi gli scopi sublimi – lo studio, la professione – potrei sempre dirmi che è bello svegliarsi con l'odore del caffè a letto, che la vita sa essere meno nemica quando hai un letto a due piazze e non lo occupi da solo.


Credo, e ne vado sempre più convinto, che qualunque cosa possa accadermi di qui a una settimana, questo è il fondo. Oltre c'è la morte, la spiacevole follia, l'autoinganno, il delirio. So come sto dentro. E questo è l'ultimo spicchio di lucidità possibile, di quella che si conserva a lungo. Disilluso, al punto che pure se tra dieci minuti mi dessero una villa in piena Chatelet non me ne fregherebbe più nulla. Tutto ora mi comincia a diventare profondamente indifferente, pallido come le mie guance. Non la voglio più Parigi, questa vita, questa solitudine, questo nonAmore. Non so che farmene ora che mi è passata davvero la voglia.


Ecco, mi è passata la voglia.